A nemmeno cinquanta metri dalla casa natale di Tiziano Vecellio, nel centro di Pieve di Cadore, un edificio moderno e del tutto eccentrico riflette sulle vetrate a specchio il panorama dei boschi, delle montagne e delle abitazioni tipiche che gli stanno intorno. Oltre quelle vetrate, il Museo dell’Occhiale racconta con 1600 oggetti esposti e ottocento anni di storia il lungo viaggio degli occhiali, l’invenzione straordinaria che nei secoli ha restituito la vista a chi andava perdendola, ha scritto nuovi canoni di moda e di costume e ha cambiato il destino del Cadore, trasformando una zona economicamente depressa in un distretto di produzione studiato in tutto il mondo.
Via Arsenale, 15, Pieve di Cadore (Belluno)
La storia degli occhiali è legata al Veneto fin dalle origini: è un dato di fatto che i primi documenti che ne attestano la produzione stanno, dal 1280, nei Capitolari dei Cristalleri veneziani, e la prima rappresentazione si vede a Treviso nel tempio di San Nicolò, dove Tommaso da Modena in un affresco del 1352 li mette sul naso di Ugo di Provenza. Così come è certo che da Rizzios, piccola frazione di Calalzo di Cadore è partito quell’Angelo Frescura che prima aprì una botteghetta a Padova e poi a Calalzo, nel 1878 (con il socio Lozza, fondò la fabbrica che indicò a tutto il territorio la direzione verso il futuro. Tra montature, lenti, astucci, cannocchiali e documenti, il Museo dell’Occhiale racconta tutto questo, e molto altro. Al primo piano si toccano storia, anatomia, moda e costume, artigianato, tecnologia; al secondo si entra nel mondo del Cadore. Dal fassamano agli smart glasses, si incontrano occhiali che salvano il lavoro di monaci e amanuensi, che si trasformano in vezzo per gli aristocratici, che tormentano gli inventori alla ricerca del modo migliore per sostenere le lenti senza stringere il naso, o peggio ancora le tempie. Occhiali chiusi in custodie tempestate di pietre dure, incastonati in ventagli di dame pronte ad usarli come strumento di seduzione, donati al pari di gioielli dai nobili nel Settecento. Ci sono pezzi realizzati con fanone di balena o in avorio intagliato; ci sono quelli d’oro realizzati per la regina Margherita che nel 1881 visita l’azienda Frescura-Lozza ma anche quelli donati da papa Francesco e dal presidente Mattarella. Occhiali di tendenza, o sportivissimi come quelli indossati da Goggia, Brignone, Kostner, Vonn, Ghedina, Messner; quelli di Andrea Bocelli o di Paolo Nespoli. Degli oltre 6 mila pezzi raccolti con acquisizioni (Bodart) o donazioni (Vittorio Tabacchi, già presidente della Safilo), il Museo ne espone 1600 e, con loro, espone genio e creatività del Made in Italy applicati a un accessorio che non passa mai di moda e, anzi, la moda la fa.
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